Come stai oggi piccola Babi?

Mi sento vuota.
Ce l’hai presente una stazione vuota?
Con tutti quei treni merci che passano ed è buio, in quelle ore in cui i treni per i passeggeri non ci sono, sono fermi, e allora nessuno si mette sulle panchine ad aspettare, nessuno riempie le sale d’attesa.
Vuota.
Vuota come una casa vuota…
Quando anche l’ultimo mobile e l’ultimo scatolone sono stati portati via, quando tutte le camere sono rimaste senza un legittimo proprietario, quando poi sono passati dei mesi e la polvere si insinua ovunque e fa freddo anche se fuori è caldo, e c’è un odore strano, l’odore del niente mischiato a quello che era.
Vuota, annientata.
Ce l’hai presente una scatola vuota?
Una scatola che un tempo nascondeva lettere e segreti e poi a un certo punto quelle lettere e quei segreti sono diventati troppo “da giovani”, troppo scomodi, e allora sono stati buttati via senza nemmeno tanti rimpianti per lasciare il posto a qualcosa di più utile.
Solo che niente sembra essere utile abbastanza per prendere il posto di certi ricordi, e si capisce dopo, e allora la scatola resta
Vuota, distrutta.
Hai mai riconosciuto in mezzo ad una folla una persona vuota?
Ci sono giorni in cui mi sento talmente vuota che dico “ti voglio bene” a tutti i miei amici, dico “ti amo” all’uomo che amo, faccio l’amore, accarezzo un po’ di più, abbraccio più forte, rido di più.
E gli altri mi guardano e pensano “com’è dolce” e io invece penso che non serve a niente, che volevo riempirmi di un corpo solido, che volevo riempirmi di qualcosa di bello e invece resto sempre
Vuota come una giornata vuota.
Uno di quei giorni in cui potrebbe succedere di tutto e invece non succede niente e comunque non quel niente che rende una giornata “tranquilla”, ma quel niente che fa arrivare al momento di andare a letto e fa pensare di aver perso un giorno e ti chiedi se ti verrà mai restituito, perché insomma…non volevi, non credevi, non pensavi che passasse così velocemente e ti senti in colpa e ti sembra quasi di non esserti mai svegliato quei giorni lì.
Vuoti.
Ce l’hai presente due occhi verdi e vuoti?
Quando li guardi e non sfuggono, non si nascondono ma non parlano, non sanno parlare o forse non vogliono farlo. E allora stanno fissi su un punto che sembra avere un senso e invece non ne ha e guardano sempre lì, lì continuamente, per non riempirsi più, mai più, perché da quando sono vuoti stanno meglio, da quando sono vuoti niente più lacrime, niente più domande indiscrete e qualche “Ehi piccola, ti trovo bene! Sei in splendida forma” e ti credo, con gli occhi vuoti puoi far credere di essere chiunque, anche una persona felice.

Anche una persona che ha qualcosa per cui essere felice.

Un attimo di poesia…

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“Vorrei scriverti, non per sapere come stai tu, ma per sapere come si sta senza di me. Io non sono mai stato senza di me, quindi non lo so.

Vorrei sapere cosa si prova a non avere me che mi preoccupo di sapere se va tutto bene, a non sentirmi ridere, a non sentirmi canticchiare canzoni stupide, a non sentirmi parlare, a non sentirmi sbraitare quando mi arrabbio, a non avere me per sfogarsi per le cose che non vanno, a non avermi pronto lì a fare qualsiasi cosa per farti star bene.

Forse si sta meglio, o forse no, ma mi è venuto il dubbio, e vorrei sapere se questo dubbio ogni tanto è venuto anche a te.
Perchè sai, io a volte me lo chiedo come si starebbe senza di me, poi però preferisco non rispondere, tanto va bene così. Ho addirittura dimenticato me stesso per poter ricordare te.”

(Kierkegaard)

La paura di stare soli-

Sembra impossibile che si possa soffrire così tanto per un “ti chiamerò” o “ti scriverò” non mantenuto. Alla fine che cos’è? Un messaggio in meno, una telefonata in meno, una promessa non mantenuta. Sono cose che succedono. “Scusa, ma avevo da fare”. Solo che a te non succedono mai, anche quando hai da fare, e allora farsi assalire dalla tristezza è un lampo. Non è niente di che, solo che decidere di far entrare qualcuno nella propria vita è più difficile di dimenticare chi si ama, e credere a quel “ti chiamerò” vuol dire sperare, o ricominciare a farlo, ed essere delusi è sopportabile una, due, trecento volte, ma poi basta. Poi inizia a fare troppo male, e sembra impossibile che ci si possa inquietare così tanto per un “ti chiamerò”, ma succede. Perché tu rispondi “ok, ti aspetto”, ma intanto cerchi di trattenere l’uragano dentro di te, quello che vorrebbe uscir fuori e urlare “no, non andare nemmeno via, io ho paura di vederti girare l’angolo, ho paura di tutto, ho paura di ricominciare a vivere come facevo fino a poco tempo fa: senza amore”. Tu dici solo “ok, aspetto”, e lui che ne sa che “ok, aspetto” vuol dire “mi sento sola”? E ci fai la figura della PAZZA/NEVROTICA, perchè se non ci sei passato, se non hai visto tutto quell’amore volare via poco a poco dalle tua mani, NON puoi capire.Immagine

Volevo solo sognare…

Mi sono addormentata sperando di sognare, ieri sera. 
Invece niente. Solo buio. Solo silenzio.
Nessun bacio all’improvviso, nessuna valigia da fare, nessuna telefonata tanto attesa, nessuna corsa sui prati, nessuna canzone da ballare abbracciati.
Essere infelici non è come essere tristi, ti entra dentro e non sai che fare. Non basta l’amore e nemmeno il mare.
Non basta niente. 
Volevo solo sognare, è chiedere troppo?

Pensavo…

Chi è stato innamorato, innamorato davvero, si riconosce: non si accontenta, non ci riesce.
Non si accontenta di due baci dati a caso in una discoteca.
Non si accontenta di una notte di sesso.
Non si accontenta di una storia tranquilla.
Non si accontenta di chi è “bello ma non balla”.
Non si accontenta dei “forse”, dei “se” dei “ma”.
Chi ha incontrato l’amore si riconosce: potrebbe vagare anche tutta la vita come un disperato per riviverlo, almeno una volta, almeno mezzo minuto.
Lo vedi camminare con gli occhi preoccupati, malinconici, speranzosi, lucidi di ricordi.
Chi ha amato non può fare a meno di volere altro amore.Immagine

“E tu cosa ci fai qui?” “Ti aspettavo””Ma come

“E tu cosa ci fai qui?” 
“Ti aspettavo”
“Ma come diavolo facevi a sapere che sarei arrivata ora?” “Non lo sapevo. Mi sono seduto e mi son detto: Ok, conto fino a dieci, se non arriva me ne vado. E sei arrivata.” 
“E a che numero sei arrivato?” “Duemilasettecentonove, ma potevo continuare.” –Immagine

Amami.

Ma la me

che hai amato, quella con i pantaloni troppo stretti e le maglie troppo larghe, quella con il seno troppo piccolo e le gambe troppo magre, quella delle canzoni troppo tristi, quella dalle parole semplici, dalla rabbia facile, quella che contava le volte in cui la chiamavi “amore”, quella che non piangeva mai davanti a te, ma piangeva spesso, quella che se non le dicevi “ti amo” almeno una volta al giorno ti scriveva “stronzo”, di notte, quella che faceva l’amore con il sole, con la pioggia, su ogni letto, su ogni spiaggia, quella che non ha mai avuto il coraggio, quella dai capelli troppo fini, quella dalla risata contagiosa, quella dalle calze colorate, dai giochi in scatola, dagli occhi troppo scuri che non ci si capisce niente nemmeno se li ami, quella che abbracciavi spesso e volentieri, quella che ti preparava la pasta al pomodoro più cattiva che avessi mai mangiato, quella che ballava davanti allo specchio, quella che non rispondeva mai al telefono, che si commuoveva leggendo una frase scritta sul muro, quella che aveva sempre un libro e una penna in borsa, ma i fazzoletti mai, mai mai mai, ché non sono mai stata una donna come si deve, quella che amava aprile, ma anche dicembre, quella che amava sempre, ma non per sbaglio, mai per caso, quella che amava tanto, ma non chiunque, solo te, solo te, quella che ti baciava il collo e si trasformava nella tua dea, quella che qualsiasi giorno era buono per lasciarsi andare, quella che non credeva in se stessa ma si fidava di te, quella innamorata dei ricordi, quella fragile ma così forte, lo dicevi sempre “sei la più forte, sei forte e non lo sai”, quella che amava il vino rosso e di notte parlava sempre un po’ di più, si apriva come una margherita al sole di marzo, quella che andava a tempo di luna, quella che si dimenticava sempre tutto, ma mai di farti una carezza prima di andare via, quella bugiarda ed egoista, quella che avevi reso più dolce, quella che avevi reso migliore,
la me che amavi
ricordi?
Non so dove sia, e
spero sia con te.
Ancora.

Love Actually

Non so dimostrare il bene. Più voglio bene a qualcuno e più mi chiudo a riccio e non è colpa di nessuno, è soltanto colpa mia.
Passo le giornate a pensare a quelli a cui mi sento più vicina, le giornate e le nottate, e poi non faccio niente.
Penso “sarebbe carino fare questa cosa” e poi regolarmente non la faccio. Abbracciare, fare regali, fare domande o anche più semplicemente sorridere quando ce ne sarebbe più bisogno mi mette a disagio. Fare cose carine mi mette a disagio. Non so che nome abbia questa strana manìa di prediligere le scelte sbagliate, questa fissazione che ho di non dimostrare mai niente a nessuno. Non sono capace di dire “ti voglio bene”, o “mi manchi”, e lo so che le persone non hanno necessariamente bisogno di sentirselo dire, ma non ci credo mica tanto a questa cosa qui. Secondo me vogliono sentirselo dire eccome, almeno una volta ogni tanto. Ma io non ci riesco, così finisco sempre per essere una pessima figlia, una pessima sorella, una pessima amica e una pessima fidanzata. Come quando uno sta male: mi arrovello sulle cose che potrei dire per risollevargli il morale, e alla fine sto zitta e lo guardo piena di timore, mentre riesco solo a pensare che lo perderò. Non so consolare le persone a cui voglio bene, e per questo probabilmente resterò sola. Provo un brivido al pensiero di compiere un bel gesto, qualsiasi esso sia. A volte faccio fatica anche a fare un favore a qualcuno, perché so che poi tutte quelle cerimonie di ringraziamento mi farebbero aumentare il battito cardiaco. Posso dunque affermare con certezza che chi mi sopporta così come sono (perché tanto non sono nemmeno capace di fingere di essere diversa) prova per me un sentimento sconfinato, perché se io non fossi in me e dovessi avere a che fare con una come me…la manderei a cagare.Immagine

‘Che mi vengono i brividi ogni volta.

Ce la fai, deglutisci e me lo chiedi, me lo chiedi con quell’atteggiamento che hai ormai da mesi, da donna ferita, da donna che non ci cade più, eppure ti vedo, sei titubante e se a volte stai per crollare non è per lo stress e nemmeno per la stanchezza come dici spesso: è perché ti senti sola.
Me lo chiedi, mi chiedi che cos’è l’amore per me, e lo fai con aria di sfida, quasi fosse una colpa amare, quasi fossi una criminale, quasi ti dovessi dimostrare di essere innocente, in qualche modo.
Lo so cosa ti aspetti da me, dall’eterna romantica, dalla bambina perennemente innamorata, sempre fin troppo dolce.

Lo so.
Ti aspetti che ti dica che è voler stare con qualcuno di giorno e di notte, che è il tempo a rendere un amore veramente grande, che chi ama non se ne va, che l’amore vero rende felici e non fa male, che poi arriva quello giusto e cambia tutto, e sembra tutto possibile.
Lo so, vorresti quasi che ti rispondessi così per sentirti meglio.
Penseresti che sono una povera illusa e, una volta a casa, nel tuo letto, ti addormenteresti tranquilla, detentrice di una verità di cui solo tu e pochi altri siete venuti a conoscenza.
No.
Mi dispiace.
Ti darò un’altra verità, stasera. Una che forse sta bene insieme alla tua, una che non me lo puoi proprio dire che “non è vera”, perché è vera, e di sicuro te ne accorgerai, ascoltandola.
Per me l’amore è un secondo, un no, un sì, un sogno, una parola sola.
Per me l’amore può finire, e finisce, e non per questo è meno amore di tanti altri amori che continuano.
Per me l’amore è il prima, quando ancora non sei innamorato ma ci speri tanto, di trovare qualcuno a cui raccontare tutto, ma proprio tutto.
E’ quando non sei amato, ma nonostante questo ami fino a non poterne più, sempre che sia possibile; è quando dai un bacio e mentre lo dai riesci a pensare solo a una cosa:
“non smettere, non smettere, non smettere di baciarmi. Mai più”.
E’ quando fai sesso, e con sesso intendo “sesso” con la persona che ami, e poi lui ti accarezza con tutta la dolcezza di cui è capace. E’ quando dai il tuo numero a qualcuno, e poi torni a casa e chiami la tua amica e sei euforica, perché ci speri che finalmente lui, questo lui, sia il tuo qualcuno.
Per me l’amore è quando è lunedì mattina e vorresti solo tornare a letto e poi però vedi due occhi che non avevi mai visto e ti si riattiva il sangue nelle vene, o ricominci a sentirlo scorrere.
E’ un mai più, una promessa tacita con noi stesse. “Con lui mai più”. E’ quando poi “mai più” diventa “ci sono cascata di nuovo” e ci colpevolizziamo, ma in realtà non aspettavamo altro che una sua telefonata.
E’ quando guardi una persona e non provi più niente, ma sai che stai per scappare, che stai per liberarla e per liberarti, che non scendi a compromessi, che vuoi ancora “sentire”, che non è ancora arrivato il momento di arrendersi o di accontentarsi e che forse non arriverà mai.
E’ quando una tua amica scoppia in lacrime perché lui gli manca, gli manca troppo e tu piangi con lei.
Per me l’amore è quando qualcuno è lì lì per tradire e poi, due secondi prima di farlo, si tira indietro.
A volte è squallido.
A volte se ne va, ma chi l’ha detta quella stronzata che chi ama resta?
L’amore è come una bella giornata che ci capita in mezzo a mille giornate di merda, e non risolve mica i problemi, e non ci cambia mica il lavoro, o la vita, o la casa, o la famiglia.
A volte l’amore va male perché tutto il resto va male, e non ci si fa. E ci si lascia, ci si perde e poi-a volte-ci si ritrova.
E non ci credo a quelli che sono sempre per mano, che sorridono sempre: anche loro si sono persi, anche loro si perderanno.
Per me l’amore allora è questo, è ritrovarsi dopo essersi persi.
E’ una promessa di tanti anni prima, che continui a sognare, a volte.
E’ un sì strappato prima di entrare in casa:
“Ci rivediamo?” “Sì” e ci passi la notte sveglio e non capisci più niente e la vuoi solo rivedere, lo vuoi solo rivedere.
E’ un attimo, un solo attimo completamente perfetto. La perfezione non esiste, dirai tu, ma gli attimi perfetti sì.
E sono quelli che ti migliorano la vita o te la rovinano o semplicemente, ti fanno venir voglia di vivere ancora per vedere se ce ne sono altri da parte per te, di attimi così. Attimi che poi ci ripensi e ti ricordi un sole luminosissimo o una pioggia quasi profumata di fiori e una primavera come non se ne vedevano da tempo, coloratissima, e un mare più trasparente, e poi lui com’era bello e in quell’attimo andava tutto, tutto, tutto, tutto bene.
No? Non ti è mai successo?
Non scherzare e non fare quella faccia, la faccia offesa, quella che vorrebbe dire che ho esagerato, che non importava tirare fuori le notti sveglie ad aspettare e il mare e i baci che vorresti non finissero mai.
Dovevo, perché ti voglio bene.
Dovevo, perché che l’amore non esiste non me lo puoi dire.
Non a me. Non a me.
E poi lo so che lo sai, che ho ragione io. (MSCMIURIC)